MEDIA: Le Olimpiadi raccolgono i frutti delle proteste online

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BANGKOK, 12 agosto 2008 (IPS) - Dite addio alle solite azioni di protesta con slogan urlati e sfilate di striscioni, perché non c’è più bisogno di ritrovarsi in un luogo fisico, magari ai confini della Cina, per promuovere un insieme di cause che vanno dal Tibet alla Birmania, al Darfur. Quello che conta è la creatività online.

Mentre la spettacolare cerimonia d’apertura dava il via alle Olimpiadi di Pechino 2008, molti gruppi hanno trovato modalità innovative per esprimere online la loro contrarietà alle politiche economiche e sociopolitiche della Cina.

Uno di questi è Candle4Tibet.org (www.Candle4Tibet.org), una campagna online che invitava ad accendere una candela per il Tibet nelle case o nei luoghi pubblici il 7 agosto alle 21.00. L’iniziativa è partita dall’India e ha fatto il giro del mondo fino alla sera dell’8 agosto, in concomitanza con l’inaugurazione dei giochi.

L’organizzatore David Califa, raggiunto telefonicamente in Israele dove risiede, dice di aver raccolto oltre 500mila adesioni all’appello. Più di 3900 persone, inoltre, si sono registrate al social network di Candle4Tibet (www.Candle4Tibet.ning.com), un gruppo di sostegno online per i membri.

Sono gli stessi che, dice Califa, hanno invitato “più di 100mila persone a partecipare alla veglia mondiale”.

“Siamo partiti da zero. Non è una campagna organizzata e non abbiamo neanche fondi degni di questo nome. E’ una protesta popolare vera e propria, viene direttamente dalla gente e questo rende tutto più speciale”, spiega al telefono questo ex promotore finanziario.

Quattro mesi fa Califa era solo uno dei 75 milioni di iscritti al celebre sito di social networking Facebook. Poi ha pensato di lanciare un appello per la libertà in Tibet, che lo stato cinese occupa dal 1951 nonostante le numerose iniziative per l’autonomia o l’indipendenza.

Partito da un piccolo numero di contatti, il passaparola si è rapidamente diffuso all’esterno di Facebook. A quel punto Califa ha deciso di creare un sito espressamente dedicato alla campagna.

Nel sito sono rappresentati più di 150 paesi, principalmente Stati Uniti, India, Gran Bretagna, Francia, Germania, Canada, Australia e Sudamerica. Una rapida occhiata rivela anche una manciata di iscritti provenienti da Malaysia, Indonesia, Filippine, Vietnam, Thailandia e appena qualcuno in più da Taiwan e Giappone.

Quando gli viene chiesto del numero apparentemente ridotto di paesi asiatici che compaiono sul sito, Califa spiega: “Potrebbe essere un problema di lingua, di accesso a Internet, o il fatto che i circuiti del social network non sono abbastanza estesi”.

Nel network c’è però un gruppo giapponese che ha contribuito a tradurre tutti i materiali nella propria lingua.

“Credo che uno dei motivi dello scarso interesse per la campagna mostrato da molti asiatici sia dovuto al fatto che la Cina è una sorta di ‘grande fratello’ della regione”, afferma un attivista thailandese che si fa chiamare Arsure. L’aperta opposizione alla Cina potrebbe provocare “disastri economici” in qualsiasi paese, aggiunge.

I sostenitori dei diritti umani hanno criticato l’apparente inerzia e riluttanza degli altri paesi nel contestare le politiche cinesi sul Darfur, la Birmania e il Tibet.

Altri due siti internet che hanno lanciato proteste contro il governo cinese sono Reporter Sans Frontiers (www.rsf.org) e Darfur Olympics (www.darfurolympics.org).

Poche ore prima dell’inizio delle Olimpiadi, RSF ha lanciato un sito dove è possibile inscenare una manifestazione virtuale, con tanto di cartelli di protesta a scelta. Questo, spiega il gruppo, per protestare contro la repressione della libertà di stampa e per chiedere il rilascio di circa 100 tra giornalisti, cyberdissidenti e blogger. Al 9 agosto, i cybermanifestanti ammontavano a più di 13500.

Chi decide di partecipare alla protesta virtuale si ritrova di fronte a un’immagine del famoso stadio olimpico Nido d’Uccello, e viene invitato ad aggiungere la sua protesta con l’ausilio di slogan come “Sì allo sport, no all’oppressione”, “Nessuna Olimpiade senza libertà” e “Io boicotto la cerimonia d’apertura!”.

Il sito Darfur Olympics, invece, intende mantenere vivo il tema del Darfur per tutta la durata dei giochi. Il suo appello è semplice: la Cina smetta “di sponsorizzare il genocidio in Darfu”.

Più di 400mila persone sono rimaste uccise e più di 2 milioni e mezzo sono state sfollate dal Sudan, che gode di strette relazioni commerciali con la Cina. Numerose voci critiche hanno ripetutamente condannato l’acquisto di petrolio da parte della Cina, i cui ricavi, affermano, vengono utilizzati per finanziare le milizie del Janjaweed e acquistare armi dai cinesi.

Nel sito si può trovare una cerimonia d’apertura alternativa, con immagini dei bambini del Darfur all’interno dei campi profughi, e un webcast con Mia Farrow - attivamente impegnata nella causa e presidente di Dream-for-Darfur - in cui si invitano gli spettatori delle Olimpiadi a cambiare canale ogni volta che vanno in onda spot delle 15 multinazionali sponsor delle Olimpiadi che non hanno voluto parlare della situazione in Darfur.

“Spero che la gente guardi le nostre trasmissioni quotidiane e ascolti la voce delle persone del Darfur che soffrono da tanto”, ha dichiarato la Farrow.

Con un punto di vista leggermente diverso per quanto riguarda le modalità di protesta, il movimento web globale Avaaz.org ha lanciato un’altra iniziativa online per la pace e la libertà mediante la campagna “Olympics Handshake” (“La stretta di mano olimpica”).

Riprendendo il messaggio del 14esimo Dalai Lama sul dialogo costruttivo, Avaaz – che significa “voce” in molte lingue asiatiche, mediorientali ed esteuropee – compie un passo oltre esortando le persone di tutto il mondo ad unirsi in una stretta di mano virtuale.

Ispirata dalle strette di mano che il Dalai Lama dava a tutte le persone incontrate durante una delle sue visite a Londra, l’iniziativa ha raggiunto più di 94.900 sostenitori, ad appena due giorni dal lancio.

Scopo dell’iniziativa, sfruttare le Olimpiadi di Pechino per incoraggiare la Cina ad aprire un dialogo costruttivo sul Tibet, nonché affrontare le questioni della Birmania e del Darfur. I promotori del sito tengono inoltre a sottolineare che queste campagne non sono “anticinesi”, un punto su cui concorda anche Califa.

“Noi non siamo contro il popolo cinese e le Olimpiadi. Alcuni di noi hanno persino compassione per i leader della Cina”, afferma Califa.

Per Califa e altri dimostranti, il punto centrale è il diritto essenziale alla libertà, compresa la libertà dalla paura. “Nel mondo libero ci sono tante persone che hanno paura della Cina. Molte imprese hanno paura della Cina. Antepongono il profitto ai valori, e questo è assurdo”, dice. “Noi invece non abbiamo paura, e questo è solo l’inizio”.

«Cambia nome, trionferai». E una thailandese vince l’oro

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Pechino. È uno scricciolo di 53 chili che con due soli tentativi ne ha sollevati 126. Figuriamoci se le pesa portare un nome lungo 21 lettere. Se non è un record nella storia delle Olimpiadi, poco ci manca: la medaglia d’oro del sollevamento pesi femminile categoria 53 kg viene dalla Thailandia e si chiama Prapawadee Jaroenrattanatharakul. Un nome impronunciabile, ma soprattutto fortunato. Già, perché la 24enne di Nakhon, paesino della provincia di Sawan, fino all’anno scorso si chiamava Chanpim Kantatian ed era nota anche col soprannome di Nong Kay, come ha raccontato il Bangkok Post, il maggior quotidiano thailandese. Era già una delle prime dieci del mondo nella sua categoria, ma non la prima. Tanto che nei mondiali di Doha del 2005 ottenne un secondo posto beffardo dopo che nello slancio aveva il miglior risultato. Un giorno poi arrivò il consiglio, anzi la profezia di un’indovina. «Cambia il tuo nome e trionferai». Così è stato. Ieri mattina al Buaa Gymnasium di Pechino ha messo dietro di sé la sudcoreana Jinhee Yoon e soprattutto la grande favorita (anche nei pronostici di Sports Illustrated), la bielorussa Nastassia Novikaka. E con 126 chili sollevati (uno in più della cinese Yang Xia a Sydney 2000), ha stabilito anche il nuovo record olimpico. Primo oro per la Thailandia, qualche difficoltà per lo speaker a pronunciare il nome dell’olimpionica al momento della premiazione. E pensare che c’è chi passa ore in palestra ad aumentare i muscoli…

fonte: il giornale

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